
Figlia delle cicogne narra la storia di Topazia, una donna in grado di rinascere ogni giorno.
Depositata in una cascina da Egle, la sua cicogna, Topazia nel corso degli anni affronta numerosi condizionamenti e ostacoli senza però farsi scoraggiare. Arriva così all’età adulta quando, affiancata da Leo, cercherà di realizzare i suoi sogni di bambina. Una favola, dunque, per adulti, in grado di appassionare i lettori di qualunque età.

Poesie con un dito in bocca, un gioco, poesie e filastrocche.
INCIPIT
L’amore mio ha piantato i bulbi dei narcisi.
Aspetteremo un’altra primavera.
Lo so, verrà la sera.
Ma questa, credimi è la vita vera.

Raccolta dei racconti vincitori del Premio Artè Anguillara Sabazia Città d’Arte.
Sette voci per sette storie. Legati dallo stesso filo: il lago, mito, simbolo, leggenda nel fiabesco e nel reale. Uno dei racconti è di Camilla Moro.
Nella narrativa inedita tra i numerosi partecipanti, sette sono stati i racconti selezionati per la pubblicazione di un volume edito dal titolo “I racconti del Lago”. Immagini dalle tonalità intense che si apre come una preziosa galleria di pagine, dalla profondità misteriosa. Una purezza del sentire che solo la sensibilità può decifrare. Penetranti, delicati paesaggi lacustri con le loro malinconie, i loro amori, nel frusciare dei loro venti, i loro misteri streganti che inebriano come le acque dei laghi. Uno specchio dell’animo dalle mille sfumature in angoli da conquistare incastonati nel cuore di memorie antiche che costituiscono una scenografia del paesaggio senza tempo. Un lago che unisce nella “geografia” della parola gli autori: sedotti dai colori, dai suoni, dai profumi e dalle immagini che esplodono in storie ed emozioni, quasi a formare una goccia di eterno nelle misteriose profondità dell’azzurro protagonista.

Tre donne al crepuscolo, ciascuna di loro in attesa che qualcosa, come il giorno, muoia per poi rinascere. Costruire, ricordare, progettare. Le storie delle protagoniste si fondono l’una nell’altra, strette da legami forti come solo la vita e la morte sanno essere.
E proprio quando la morte compare beffarda alla finestra, la stessa cui tutte e tre sono affacciate, capita che si ripensino, che trovino un motivo per andare avanti voltando una pagina troppo dolorosa. Di fronte hanno tre quadri diversi, immagini di una natura che riflette, limpide come il mare, le pieghe della loro anima.
E il tempo, alla fine, riprenderà a scorrere dopo essersi fermato per un attimo soltanto: all’apparenza statico e immobile, continuerà nel suo cammino inesorabile, portando con sé valigie di una vita, emozioni, dolori, gioie.
Jole, l’anziana, sorprenderà con una decisione inaspettata.
Virginia, in età matura, nel tempo che le resta farà di tutto per realizzare un sogno.
Matilde, giovanissima, continuerà a vivere come si vive a vent’anni, pensandosi eterni.
Con Crepuscolo Camilla Moro torna a raccontare le donne, a scriverle, a leggerle. Torna a farle parlare, come solo una donna sa fare. E le donne, quelle che nascono dalla sua penna, la assecondano, si abbandonano al suo talento, alla sua sensibilità, delicata e volitiva insieme.
Perché “forte come la morte è l’amore” è scritto nel Cantico dei Cantici, e forte come la morte è l’amore che la Moro declina in ogni sua riga.

Un terribile incendio squarcia la notte che veglia sulle tranquille rive del Lago Maggiore e porta via con sé la cenere degli alberi, ormai polvere nel vento. La vita di una donna, la sua figura, il suo corpo. Ciò che invece rimane, pregnante, violenta, è la sua anima, l’anima di Laura: rimangono i suoi scritti, i suoi dipinti, le sue paure.
Restano le tante sfaccettature di una figura complessa; le donne, tutte diverse, in cui Laura si moltiplica, come in un gioco di specchi, in un caleidoscopio di immagini, emozioni, ossessioni. E resta, visceralmente attaccato alla propria dimensione terrena, Tommaso Rubertà, maresciallo capo della stazione di Verbania che, indagando sulle cause dell’incidente, subisce il fascino ambiguo della personalità di Laura, rimane coinvolto dalla sua vicenda quasi a traslare sulla sua vita quella di lei. Intimo e descrittivo, mimetico e analitico: Una tigre in giardino fa dell’apparente antinomia stilistica e lessicale la propria forza, in un dualismo tematico-narrativo che fonde sapientemente due percorsi altrimenti incomunicabili. La maestria dell’autrice nel penetrare l’animo dei suoi personaggi fino a scoprirne i tratti più intimi, anche ad essi sconosciuti, si muove in un contesto letterario estraneo come quello del romanzo giallo, e tuttavia ne accresce la capacità deduttiva mantenendo, anzi dilatando in noi la tensione della scoperta, della risoluzione, del mistero. E’ in questi termini che il romanzo di Camilla Moro assume le sembianze, ancora una volta, di una duplice ricerca circolare, vorticosa, dall’interno all’esterno, dal sé all’altro, dalla maestosa libertà della natura alla sua immagine mediata dell’arte; assume i lineamenti della tigre oppressa dallo spazio limitato – e limitante – del giardino.

Dietro la travolgente carica erotica degli incontri clandestini fra Dacia – una giovane donna sposata, dai rigogliosi capelli rossi, completamente sprofondata in un abisso di incomunicabilità, di rifiuto di se stessa e del proprio corpo – e Andrea – un uomo anch’egli sposato, ormai maturo e “rassicurante“, magneticamente attratto dal fascino e dalla sensualità che sprigiona dal corpo di lei – si nasconde la complessa e contraddittoria sostanza del rapporto fra i sessi.
A sprazzi, qualcosa di profondo, di ancestrale sembra emergere sempre più nitidamente dal tormentato mondo interiore di Dacia.
Frammenti della sua infanzia, del rapporto che intratteneva con la madre e la nonna, come con le cupe sagome dei maschi adulti che riempirono i giorni della sua tenera età. E, in mezzo, il dramma del malinteso, delle aspettative continuamente deluse di Andrea, l’uomo esperto che l’ha sedotta, e l’ha rivelata a se stessa in quanto donna, in tutta la sua straripante quanto disperata sessualità. Andrea si dichiara infatti, ben presto, innamorato di lei e questo evento non fa che inasprire ulteriormente il rapporto tra la fredda e diffidente donna dai capelli di fuoco (e dalla calda pelle vellutata) e l’uomo soltanto apparentemente padrone di sé, che in realtà è portatore di un’esperienza a sua volta tormentata. A poco a poco un intricato mosaico si compone nelle pagine del romanzo.
La prosa di Camilla Moro sa ricreare le atmosfere rarefatte degli amplessi, i cambiamenti di tono delle emozioni che sempre avvolgono i due amanti. Due vite si delineano nei loro contorni più morbosi di vittime di antichissime angosce esistenziali. La molla che anima la dialettica è il rapporto fra erotismo, gioco della seduzione e senso di morte che abita negli angoli più in ombra della coscienza dei due protagonisti.
Ecco che alla fine una scena si mette a fuoco per Dacia: l’inquietante amico pittore del nonno, di cui lei da bambina si era intensamente innamorata, durante un pomeriggio nel quale il nonno e la nonna erano assenti, la inizia nel più brutale dei modi alla pratica dell’amore, in un violento gioco di sapori e di colori nel quale la tinta dominante è il rosso.
Rosso è il timbro di fondo del carattere di Dacia, fredda, incapace di amare ma al tempo stesso sanguigna e capace di accendersi e di accendere negli uomini che la incontrano le passioni più incontrollabili. Dopo interminabili ore passate a inseguire se stessa, i propri sogni, il senso del vuoto immenso che alberga nel suo cuore, ecco che improvvisamente a Dacia si rivela il senso di tutte le cose, come il risveglio da un lungo inverno.

Attraverso il filo del telefono, madre e figlia dipanano sentimenti e rapporti divenendo alternativamente personaggi conflittuali di un’esistenza che scoprono essere stata non priva di incomprensioni e di rimpianti.
Camilla Moro pur senza mettere fisicamente a contatto madre e figlia, le unisce emozionalmente, in modo speculare, per giungere a costruire per entrambe, forse, un nuovo modo di vivere.
INCIPIT
-Pronto, mamma?
-Zitti!!!Abbassate il volume! Riccardo…il televisore! C’è la Lucilla al telefono. Allora, come va?Arrivati bene?
-Bene, sì. L’albergo è stupendo!
– Siete a tavola?
-…il solito caos. Figurati che il papà ha appena rovesciato il vino. Ho dovuto sparecchiare tutto, uno schifo, ci eravamo appena seduti…Dice che do sempre la colpa a lui, ma non è vero? Non sta mai attento a dove mette le mani…
Anche noi tra poco andiamo a cena. Dopo c’è una festa, abito lungo.
– Quale ti metti?
– Quello blu.
– Di seta?
– Sì.
– E la camicia rosa, mai?
– Ne ho di tempo, sono appena arrivata. Comunque alla festa non so se ci andremo, Filippo non se la sente.
– Come, non se la sente.
– E’ stato male sulla nave, non ha dormito questa notte. E’ ancora bianco come uno straccio.