Camilla Moro

Una Tigre in Giardino - II ED.

eBook
Versione cartacea



Prima di tutto il grido. Acuto ma anche pastoso, echeggiante. Sprigionato dal ventre di una conchiglia. Sfuggito all'abisso. C'è chi giura di averlo sentito, a metà della notte...


Il diario di Camilla

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I Racconti del Lago
Edito da Montedit (I libri dei premi), 2011

E' la raccolta dei racconti vincitori del Premio Artè Anguillara Sabazia Città d'Arte



INCIPIT

TENTAZIONE

Vivo su un’isola. Dalla finestra della mia camera vedo il lago e, oltre, una città addormentata.
Stesa ai piedi di un monte, la città si sveglia dal suo torpore solo d’estate per uno, due mesi, quando, su autobus dai colori squillanti, arrivano i turisti , perlopiù stranieri. Sorseggiando birra, invadono la piazza e ammirano le aiuole fiorite, il viale di palme. Dopo un giro per le gelaterie , salgono a frotte sul battello per attraversare il lago e sciamano qui,dove ciabattano in calzoncini e maglietta in cerca di bancarelle e souvenir.
D’inverno, il silenzio. La vetta velata di bianco, il lungolago deserto, i gabbiani appollaiati sulla statua della sirenetta immobili come sculture di ghiaccio. E sull’isola, cinque, sei famiglie in tutto.
Una è la mia. Padre, madre , un figlio e una figlia.
Mio fratello,nella stagione fredda, se ne va a studiare lontano. Torna per Natale e per Pasqua. Due mesi d’estate.
Io no. Io vivo sull’isola da quando sono nata e i miei genitori si trasferirono per gestire l’albergo.
L’aprirono i nonni tanti anni fa, quando il lago era meta di visitatori raffinati e solitari: pittori, scrittori, poeti. Nella stagione estiva, i pittori ritraevano il borgo, gli scrittori lavoravano ai loro romanzi all’ombra del glicine. I loro ritratti arredano le pareti dell’atrio. Le donne portano cappelli di paglia,gonne lunghe, volant. Gli uomini completi chiari, bastoni da passeggio, cani al guinzaglio.
L’albergo non è cambiato. Gli stessi muri di sasso, le stesse imposte scrostate,il rampicante dai grappoli lilla che invade il pergolato. La sala ristorante è arredata con tovaglie di fiandra intonate alla vecchia tappezzeria fiorita . Solo quest’anno mio padre si è deciso a cambiare le tende. Il giallo era sbiadito, gli orli sfilacciati. Ora il colore è più intenso, come doveva essere al tempo dei nonni.
D’inverno, le camere sono buie e fredde, sempre chiuse, tranne quella dei miei genitori e la mia.
Io, dalla finestra , posso vedere il lago e , oltre, la città addormentata.
A volte grido che basta, non voglio più vedere questo lago e questa città .
-Voglio andarmene, voglio conoscere il mondo!- protesto.
Mio padre chiede dove.
- Non so - rispondo - In qualche posto. A studiare come mio fratello, magari. A lavorare.
- Ce n’è di lavoro qui! - obietta lui. E aggiunge:
- Vuoi sfacchinare a casa d’altri, quando noi possediamo un albergo?
- Voglio fare la ballerina - dico io.
- Sei matta !- risponde mio padre - Sei veramente matta.
Così lascio perdere. Mi rivolgo alla mamma, in cucina.
- Voglio fare la ballerina!- ripeto.
- Capisco - asseconda. - Era anche il mio sogno.
Mi racconta che nella città addormentata c’è una scuola di danza.
- D’inverno - dice, - quando è in funzione solo il ristorante e per pochi tavoli, puoi frequentarla.
Saltello eccitata.
- Domani vado in città per iscrivermi! - annuncio.
Ed eccomi qui, al timone del motoscafo, coperta come un’esquimese. Il lago è punteggiato di stelline d’argento, la città continua a dormire sotto i raggi di un sole stanco.
Attracco nel porto deserto, mi avvio sul pontile, percorro il viale di palme ed eccomi in centro.
Le lezioni si svolgono nel vecchio teatro. Palchi dai fregi dorati, poltrone di velluto consumate e stinte,un sipario .
La lezione ha inizio nel buio, in un silenzio profondo. Poi, crepitio di nacchere per alcuni secondi, lunghissimi. E di nuovo silenzio.
All’improvviso, tacchi che battono sull’impiantito del palco.
E, finalmente, inquadrata da un occhio di bue, la sagoma snella di un uomo vestito di nero, di spalle. La testa di capelli lunghi, raccolti in una coda dai riflessi d’argento, accompagna il ritmo serrato dei passi . Con rabbia. Con dolcezza. Asseconda i movimenti delle braccia, che disegnano curve armoniose nell’aria, vi si oppone. L’uomo gira più volte su se stesso, si inginocchia. Passa le mani sul viso, lo nasconde...
Irrompe la voce di una chitarra . E’ un canto profondo, malinconico. La danza dell’uomo si fa più sofferta , addirittura dolorosa e, dopo qualche secondo, si interrompe di scatto.
La luce è tornata in sala.
Mi guardo intorno.
Le altre, una decina, avranno suppergiù la mia età. Stanno come me con la schiena appoggiata alla parete di fondo senza fiatare.
- Era un flamenco - spiega l’uomo, dal palco. E aggiunge, come unica possibilità:
- Io insegno questo.
Avrà circa cinquant’anni, un viso che pare scolpito nel marmo sul corpo asciutto, nervoso.
Ha danzato per noi senza curarsi di noi, come preso da un fuoco. Ora, con forte accento spagnolo, il respiro appena accelerato, ci invita a raggiungerlo :
- Adelante!- si inchina.
Nessuna ha il coraggio di muovere un passo.
- Paura?- ghigna . Schiocca le dita.
Al suo cenno, la chitarra riprende a suonare.
- El ritmo!- incita, e ricomincia a battere i tacchi sul pavimento. Con un gesto ampio delle braccia, ci invita ancora.
Niente. Nessuna mossa dal gruppo delle ragazze.
Ma io voglio ballare.
Sono venuta per questo e non so resistere. Perciò attraverso la sala con le gambe che tremano e monto sul palco.
Lui, senza indugiare, mi prende per la vita e mi trascina nel vortice dei suoi movimenti.
Il ritmo è travolgente. Cerco di seguirlo, di ripetere i passi complicati e veloci, ma è impossibile. Decido allora di lasciarmi trasportare dal suono della chitarra e ballo da sola.
Lui mi lascia fare. Poi mi prende una mano e mi invita a ripetere gesti precisi. Ci provo. Mi lascia di nuovo. Ora sono io a cercarlo. Mi avvicino e ripeto qualche passo dei suoi. Lo sfido. E’ un duello. Una lotta eccitante che dura, però, troppo poco.
La chitarra tace.
-Hai già ballato flamenco- osserva il maestro, allontanandomi con uno spintone.
- Mai - rispondo,affrontando il suo sguardo intenso.
- Non ti credo - conclude. E mi volta le spalle, senza permettermi di replicare.
- La prossima volta - minaccia, rivolto alla sala in penombra, - dovrete ballare tutte.
La lezione è finita.
Imbacuccata, mi dirigo al porto camminando nella nebbia a testa bassa.
Al semaforo, avverto dei passi alle spalle. Mi volto. E’ lui.
- Buonasera - sussurro.
- La bugiarda - ghigna.
- Perché non vuole credermi? - ribatto, seccata.
-Perché el flamenco tu ce l’hai nel sangue - afferma.
- Sono italiana, vivo su quell’isola, vede? - indico le luci di fronte e aggiungo: - E’ la prima volta che sento parlare di flamenco, che lo vedo danzare... Ed è la prima volta che ballo, in assoluto!
- Io non sbaglio, chica. – mi interrompe e sorride divertito, cambiando discorso:
- Veramente vivi sull’isola? E come ci arrivi? - domanda.
- In motoscafo - rispondo seria.
Siamo giunti al pontile. Dice che vuole vedermi partire. Abita nella metropoli, spiega, ed è sorpreso da una ragazzina che si sposta sull’acqua con la disinvoltura di un marinaio.
- Dormi cullata dalle onde! - mi augura infine, mimando un volteggio da torero.
Avvio il motore e mi allontano. Lui scompare presto nella nebbia, insieme alla città.

Durante la seconda lezione, mi pare di non riuscire a muovere un passo . Il maestro non sembra mai soddisfatto, urla che no, non è così che si danza, non è questo il flamenco!
Le altre, cinque in tutto, sembrano più scoraggiate di me. Una addirittura scoppia a piangere. Ha paura di sbagliare, mi confessa all’uscita. Quell’uomo ha modi troppo bruschi, dice. Lei, come insegnante,avrebbe preferito una donna.
Camminiamo insieme fino al bar dell’angolo, entriamo per scaldarci con una cioccolata.
Siedo su un trespolo del bancone quando qualcuno, da dietro, mi afferra le spalle con entrambe le mani. Le manipola.
- Stai dritta!- esclama.- E’ questa la posa di una gitana?
E’ lui, naturalmente. Il maestro.
Arrossisco.
- E’ vero...sto gobba.- ammetto, con un filo di voce.
- Dopo ti aspetto a teatro - dice. - Passa dal retro.
- Ma devo tornare a casa!- ribatto.
- Solo cinque minuti. Un incarico per la prossima lezione - mi impone risoluto. Trangugia un bicchiere di vino e se ne va.
Saluto la compagna di corso e torno al teatro.
La porta sul retro è aperta.
Una luce fievole arriva dal fondo del corridoio . Lo percorro velocemente e la raggiungo .
Lui sta seduto di fronte allo specchio di un camerino angusto . Intorno, attaccapanni con abiti di scena, tutù, mantelli, parrucche. Un baule aperto, colmo anch’esso di vestiti, un paravento e una poltrona sfondata, completano l’arredo.
- La bugiarda - sorride, senza voltarsi.
- Mi chiamo Consuelo - rispondo.
- Nome spagnolo! - osserva, compiaciuto. E aggiunge, lanciandomi un’occhiata di sfida attraverso lo specchio:
- Non eri italiana?
- Infatti. Sono italiana!- mi spazientisco e domando: - Quale compito avrei, per la settimana prossima?
- Guarda dentro il baule- ordina. - C’è una mantiglia. Come dite voi italiani? Uno ...scialle, no? Uno scialle rosso, insomma. Cercalo. Poi portalo a casa. E allenati ad usarlo.
Rovisto nel baule. Trovo lo scialle sotto gonne, parrucche, veli. Lo stendo. E’ quadrato, bordato di frange lunghissime.
- Bello - osservo.- Che ne dovrei fare?
- Indossa una gonna ampia, che arrivi alle caviglie. Ne avrai, no? Scarpe chiodate con il mezzo tacco e poi balla davanti allo specchio drappeggiando lo scialle sul corpo.
- Come? - domando.
- E’ un compito! Lo devi fare tu!- urla.
Ammutolisco.
Si volta e si alza. Viene verso di me.
- Spogliati! - ordina.
- P…prego? –balbetto.
- Togliti quella roba di dosso! Capito?- ripete.- Ora ti mostro chi sei - aggiunge, addolcendo il tono.
Tremo. Penso che dovrei andarmene ma non mi muovo. Resto lì paralizzata.
- Mi hai sentita? - ripete - Vuoi sapere chi sei o preferisci restare nel tuo torpore ?
- Me ne vado! - urlo, lanciandogli un’occhiata feroce. Scaravento a terra lo scialle ed esco sbattendo la porta.
Per strada, corro come una pazza. Addirittura, ad un incrocio, rischio di farmi travolgere da un motorino. Arrivata finalmente al viale di palme, rallento. Ho il cuore in gola, il respiro affannato.
“Vuoi sapere o preferisci restare nel tuo torpore?” La frase odiosa mi rimbomba nella testa, non mi vuole lasciare. ”Vuoi sapere...”Voglio sapere? Che cosa c’è da sapere? Come si fa l’amore con un vecchio? Questo, non so?Che schifo! Credi di trovare un maestro e invece... Con tutte! Scommetto che ci prova con tutte. Cosa crede, lo spagnolo, che non abbiamo, noi ragazze, uno straccio di innamorato? Cosa c’è mai da sapere? “Ti mostro chi sei” dice.
Chi crede di essere? Dio, forse? O il diavolo! Cos’ha da mostrarmi, lui, aldilà dei passi di danza? La danza.
A questo punto dovrei mollare… O subire il ricatto, è evidente. “Vuoi conoscerti? Vuoi ballare con me? Vuoi sapere?” Vendermi per sapere. Darmi a lui...
Mentre rifletto, ripercorro il viale a ritroso. Sono calma,ora. La rabbia è passata. E ha lasciato il posto al desiderio. Voglio sapere. Sì, lo voglio.
Rientro nel teatro. Ripercorro il corridoio buio. Apro la porta del camerino. Lui è ancora là, davanti allo specchio. Si volta e mi guarda.
Sulla soglia, comincio lentamente a spogliarmi. Poi, nuda, attraverso la stanza. Raccolgo la mantiglia da terra e me la drappeggio intorno ai fianchi. Intanto, con lo sguardo, lo sfido.
Lui si avvicina. Mi circonda la vita con le mani e, con le labbra, mi sfiora una spalla. La percorre e scivola lungo il collo. Si ferma alla nuca.
Un brivido mi attraversa, le gambe tremano. Adesso solleva lo scialle e, con uno scatto violento, mi scopre. La mantiglia cade sul pavimento. Mi spinge verso la poltrona. Si siede e:
- Vieni qui - dice.
Apre i pantaloni e mi conduce sopra di sé.
A cavalcioni sulle sue ginocchia, mi muovo ritmicamente appoggiandogli la testa sul petto.
Odora di tabacco, di vino, di lana umida.
Ho caldo. Un brivido sale dal ventre e mi scioglie. Non so più dove mi trovo, sono perduta.
- Nella danza... questa passione ci devi mettere, intiendi? - sussurra lui, mentre comincia a baciarmi sulla bocca.
La sua lingua mi travolge, le mani sono dappertutto, un solo corpo, adesso, si dibatte sulla poltrona ...Finiamo a terra, è sopra di me. Colpi sordi mi squarciano finché, urlando come un animale ferito, lui si abbandona sul pavimento.
E’ tardi. Mi rivesto veloce. Devo tornare a casa o verranno a cercarmi.
Per mesi, dopo ogni lezione, ci troviamo nel camerino e facciamo l’amore così. E’ una ‘pasion gitana’, dice Estéban. Io non dico niente ma sono completamente presa da lui. Solo i nostri incontri riescono a sciogliere la tensione che mi consuma.
Il flamenco, intanto, va sempre meglio, mi pare di non aver mai fatto altro nella vita. L’albergo, il lago, la città morta, non sono mai esistiti. Ora ci sono solamente Estéban, la danza e il teatro.
Andrò con lui in tourné. Che mio padre approvi o no. Estéban ha sempre cercato una chica come me, dice. E finché dura la passione, mi assicura, il nostro spettacolo sarà eccitante anche per il pubblico.
Il giorno che viene sull’isola per comunicare ai miei genitori che partiremo per l’Europa, è primavera e mia madre sta potando il glicine davanti all’ingresso. Io la osservo affacciata alla finestra della mia camera.
Estéban le si avvicina. Vedo il suo volto sbiancare.
- Sei tu - sussurra, portandosi una mano alla fronte.
- Stella! - mormora lui, e la fissa a lungo. Per la prima volta gli scopro uno sguardo smarrito.
- Non avrei mai immaginato...- tenta mia madre, mentre le viene da piangere.
- Io nemmeno - risponde lui, serio. Ora abbassa lo sguardo.
- Siamo venuti qui diciott’anni fa, i genitori di Walter sono morti e ci hanno lasciato l’albergo...- racconta lei, quasi giustificandosi.
- Walter ? - la interrompe lui.
- Mio marito... Mi sono sposata qualche mese dopo - risponde mia madre.
- Il padre di Consuelo... - sottolinea Estéban.
- No- dice mia madre. - Il padre di Consuelo sei tu.
Mi chiudo in bagno e vomito nel lavandino. Poi mi guardo allo specchio.
Adesso so chi sono. Sono la figlia di Stella e di Estéban. Sono la figlia dei miei genitori.
Scendo le scale. Esco in giardino.
C’è mio padre ... No, non è mio padre, lui non è mai stato mio padre, mio padre è Estéban, il maestro di flamenco, Estéban, il mio amante spagnolo... Walter mi sta dicendo che sua moglie Stella e il mio maestro di danza andranno sull’isola vicina, lei gli farà da guida, lo spagnolo vuole vedere l’isola, non la conosce, dice Walter, lo spagnolo non conosce queste isole e questo lago, è venuto per caso a tenere i corsi di danza, per caso...
Corro al porto. Il motoscafo è là dove l’ho lasciato ieri, dopo l’amore con Estéban. Salgo e scollego il tubo della benzina dal carburatore. Il liquido si libera sul fondo del vano motore, sprigiona vapori.
Poi mi rifugio in spiaggia, dietro il grande tiglio, e aspetto.
Li vedo arrivare al porto e avvicinarsi alla banchina silenziosi.
Stella sale a bordo per prima, porge la mano a Estéban, che la raggiunge.
Si avvicina al motore, lo avvia.
Il botto è assordante e la vampata si alza in un baleno. Le fiamme si espandono.
Da qui, dal mio punto di osservazione, non vedo che fuoco.

 



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