Camilla Moro

Una Tigre in Giardino - II ED.

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Prima di tutto il grido. Acuto ma anche pastoso, echeggiante. Sprigionato dal ventre di una conchiglia. Sfuggito all'abisso. C'è chi giura di averlo sentito, a metà della notte...


Il diario di Camilla

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01/10/2000
Racconto scritto in occasione della Mostra "NEL SEGNO DEL GIOCO" Anno 2000


NEL SEGNO DEL GIOCO
1 Ottobre 2000 - 21 Gennaio 2001
Raccolta di giochi e giocattoli dal 1800 al 1950. Giocando con l'arte. Opere di Adriana Chiari.


Camilla Moro scrive il racconto inttitolato: TUTTI AL FORUM A GIOCARE.

Io al Lago d’Orta di solito ci vado d’estate, quando il sole picchia sui tetti di pietra delle case e sulla pelle. C’è una piccola spiaggia dalla sabbia fine nascosta nel verde, con l’acqua limpida e pulita. Qualche volta mio papà affitta un pattino e rema fino all’Isola di San Giulio e ci mostra Orta e Omega, più lontana e le ville con i giardini pieni di fiori che scendono fino al lago.
In autunno non ci sono mai venuta. Ma oggi la mia mamma, che ha sempre qualche idea nuova per la mente, appena ci siamo svegliati a proposto: Perché non andiamo al Forum di Omega a vedere la mostra dei giocattoli?
Così siamo partiti e adesso siamo qui. E’ venuto sbuffando anche mio fratello che, da quando ha compiuto dodici anni, non si diverte più con i giochi, a meno che non siano virtuali e neppure con me. Sono piccola e noiosa, dice. - Ma cos’è questo Forum? – Ho chiesto alla mamma mentre viaggiavamo in automobile.
“E’ una vecchia ferriera” ha risposto lei “dove tanti e tanti anni fa lavoravano gli operai”. Il nonno racconta che, quando passava lì accanto, attraverso le vetrate annerite dal fumo poteva scorgere colate di liquido incandescente che si muovevano nel buio come lingue di drago. Poi, con l’avvento della plastica, la fabbrica è stata chiusa ed è rimasta lì abbandonata per molto tempo finché i muri grigi non si sono scrostati e l’edera li ha ricoperti tutti. Avessi visto, sembrava che il grosso drago dormisse in mezzo alla città di Omega, pronto a risvegliarsi chissà quando per farci paura. Ma un giorno un architetto ha deciso di trasformare l’edificio in un museo e centro culturale.
“Che cos’è un centro culturale?” ho domandato. Quando usa certe parole difficili non la capisco proprio, la mamma.
“Un posto dove si ospitano mostre, convegni, esposizioni, presentazioni di libri…” ha continuato. Il museo invece conserva i prodotti e i progetti della vecchia fabbrica e delle altre della zona, e le fotografie del passato. Vedrete, tra gli oggetti ci saranno le prime caffettiere, le prime pentole a pressione…
“Che noia!” ha sbuffato mio fratello. “Roba da casalinghe frustrate!”
“Quanto sei ignorante!” ha ribattuto la mamma. “Gli oggetti della casa raccontano la nostra storia. Parlano della vita, della vita dei nostri nonni, dei bisnonni…”
“Che pizza!” ha ribadito mio fratello. E si è girato dall’altra parte, guardava fuori dal finestrino con la faccia imbronciata.
Io invece sono curiosa, sono proprio contenta di vederlo questo Forum e sento che mi piacerà.
“Eccoci arrivati” ha detto il papà che fino ad ora era rimasto in silenzio. Ha posteggiato l’auto vicino a un’enorme costruzione gialla, ma gialla proprio come il risotto allo zafferano, e ha ripetuto: “Eccoci al Forum.”
Siamo scesi e sopra le nostre teste, ma sopra tanto, proprio in alto in alto, abbiamo visto grandi archi gialli appoggiati a colonne altissime, che sembravano toccare il cielo.
“Ma questo è un grattacielo?” chiedo, con gli occhi spalancati verso il blu. Scoppiano tutti a ridere. Devo aver detto una delle mie sciocchezze. Nel piazzale c’è una casetta-scatola dipinta a scacchi gialli e neri, ci si potrebbe giocare a dama. I muri del Forum sono tutti colorati, grandi foglie volano sulle pareti, verrebbe voglia di prenderle, sembra un temporale d’autunno, col vento e la pioggia e tutto quel movimento nell’aria. Entriamo in un negozio.
Vendono pentole, posate, piatti, omini e donnine accendigas, pupazzi di plastica rosa e arancio che sono apribottiglie, scatole verde pisello per meterci i biscotti, caraffe gialle e blu che somigliano ai personaggi dei cartoni.
Purtroppo non comperiamo niente. Ci mettiamo solo in coda per prendere i biglietti. Il posto proprio mi piace, c’è tanto tanto spazio ed è tutto così allegro. Deve essere venuta qui una squadra di imbianchini con grandi secchi di vernice colorata e si sono proprio divertiti!
Mentre aspetto gli altri provo a mettermi a testa in giù e a guardare tutti gli oggetti e i muri arcobaleno e le persone a gambe all’aria. Questa costruzione fa venire proprio una gran voglia di giocare! Mi piacerebbe correre, girare, fare le capriole e rotolarmi sui pavimenti gialli, verdi e rosa fragola e arrampicarmi sulle pareti viola.
Ma ecco che entriamo nelle sale della mostra.
C’è una signora dalla faccia simpatica che saluta la mia mamma e il mio papà, che dicono:”E’ l’artista?”
Cosa significa?
La storia me la spiega mio fratello perché i grandi non hanno tempo.
La signora dalla faccia che ride sempre appiccica sui quadri di tela colorata come le caramelle orsacchiotti e mucche dal pelo bianco e nero, e soldatini, e fiocchi e fiori di plastica e perfino le Barbie. Le mie piccole care Barbie appiccicate sui quadri! E perfino i loro vestiti! Questa signora ha cucito una specie di coperta con i vestiti delle Barbie, quelli che la mia mamma me ne compra al massimo uno al mese e dice che è troppo perché sono esagerata e non mi bastano mai!
“Quanti vestiti delle Barbie sprecati!” – osservo, rivolta alla signora che mi guarda con le mani sui fianchi.
“Ma questa è arte!” protesta lei, avvolgendosi nella sciarpa rosa shocking. Io gioco con l’arte aggiunge, e ride ancora.
“Sarà” dico io. Ma i vestiti della Barbie non li appiccicherei mai su un quadro. Accidenti come mi piace giocare alle bambole, penso mentre mi sposto verso l’altra sala, che è tutta bianca con le vetrinette e piena, ma proprio piena zeppa di giocattoli come aveva promesso la mamma.
Ma sono tutti vecchi, anzi vecchissimi.
Trenini, aeroplanini, cavallini, bambole vestite come nei films vecchi che noi non vogliamo guardare e la mamma dice che sono interessanti e lettini, culle, servizi da tè e da caffè in vera porcellana, e pentole in rame e orsacchiotti spelacchiati ma teneri.
Mio fratello è appiccicato alle vetrine degli aerei e dei treni con il papà. Io immagino di toccare quelle bambole, di portarmele nel letto e coccolarle un po’. Da quanto tempo non stanno tra le braccia di una bambina?
“Da tanto, tanto tempo!” dice la mamma.
“Potrebbero essere le bambole della nonna?” domando.
“Noo! Della nonna della nonna” spiega lei.
E rimango shoccata.
Intanto saliamo su di una scala di gomma tutta bucata, mi aggrappo stretta alla mano del papà perché ho paura di cadere di sotto, potrei passare da uno dei buchi neri di questa scala morbida che sembra un cuscino sotto ai piedi.
“Ce n’è un’altra di scala, gialla come la buccia di un limone!” sussurra mio fratello nascondendo la bocca con la mano. Lui sta esplorando il posto per conto suo con l’aria assonnata, ma ogni tanto viene a riferire le scoperte che fa.
Adesso siamo in un corridoio rosa di un rosa bellissimo come il rosa dei gelati nel cono, rischiarato da finestre gialle. Il corridoio porta in una stanza grande almeno quanto la chiesa del mio paese, tutta gialla e illuminata dai fari sul soffitto e con tante sedie e una specie di palco coi microfoni.
La mamma e la signora che è un’artista e il mio papà e un altro signore molto serio adesso stanno parlando del gioco dei giocattoli. Nominano un certo Zinnie.
“Zinnie chi? Zinnie Pooh l’orsetto?” domando.
“No” dice la mamma. Winnicott, uno psicologo che ha studiato il gioco dei bambini.
“Oh,” dico – non lo conosco. Pensavo Zinnie Pooh, l’orsetto che rubava il miele…
Loro continuano a parlare e a me è venuta voglia di un gelato, anche mio fratello ha fame, abbiamo visto che al Forum c’è anche un bar.
Mentre ci avviamo i grandi parlano ancora, dicono che noi bambini non sappiamo più giocare, lori sì che giocavano bene e si divertivano, noi stiamo invece sempre davanti al computer e abbiamo perso la fantasia e “non siamo creativi” dice la mamma e il papà annuisce con la faccia triste e riguarda con la coda dell’occhio i giocattoli dei suoi bis-bis nonni e gli viene da piangere…
“Ma cosa state dicendo?” protesto. “Chi ve l’ha raccontato che non sappiamo più giocare noi bambini? Sapete in questo posto io che cosa farei? Ci ballerei sulle pareti, in questo posto, a testa in giù e ci farei le capriole e porterei qui tutte le mie bambole insieme a queste bambole vecchie e le vestirei di rosa e dipingerei i muri con gli altri bambini che sono venuti alla mostra intingendo le dita nei secchi di vernice colorata e mi dipingerei anch’io di viola, di rosso e di giallo come gli indiani e giocherei a prenderci coi maschi sulle scale colorate e in tutto questo spazio così grande che ha pensato l’architetto, scommetto che anche lui si è tanto divertito quando ha inventato questo posto e anche voi se volete potete giocare, anche voi grandi dico, insieme a noi bambini! Smettetela di parlare e di mostrare quelle facce scure e giocate con noi. Correte, saltate, sognate, ballate tutti insieme. Allora, vi muovete? Pronti, partenza, via!”

Camilla Moro



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